M A S S E R I A C A S A P O R C A R A
In
seguito alla perizia compiuta il 26 Novembre 1845 dall'architetto Raffaele
Mazzei, venivano registrate le seguenti doti facenti parte della masseria Casa
Porcara:
un
parecchio di buoi da carretta (...); un parecchio di genchi; un parecchio di
vacche; pecore da frutto a corsa di vado, n. 63 (...); velagne terzine, n. 31;
montoni padri n. 2; tutta la paglia risultante della raccolta di un anno; una
carretta; maggesi da tre arature, tomola 4; tutto il letame prodotto da detti
animali; vomeri di ferro; sei mangiatoie di pietra carparo; un panco per la
merce, ed una mattera per la ricotta forte.
Delle
quali doti la parte in causa Luigi Ropelli, fittaiuolo della suddetta masseria,
dichiarava di avere ricevuto, nel 17 Giugno 1816, solamente 50 pecore ad
uscita di vado, due montoni, 12 capre ed un caprone.
Egli
pretendeva, pertanto, il risarcimento dei danni derivati dalla mancanza di
siffatta dote la quale, a detta del Mazzei, "non impedisce che il fondo
rustico produca annualmente, poiché in infiniti casi le masserie affittansi
sensa veruna dote". La dote, quindi, non era che un'agevolazione
all'industria agricola, agevolazione di cui, qualora fosse venuta a mancare,
avrebbe dovuto valutarsene il risultato che essa aveva promesso all'affittuario.
Più
tardi, con istrumento del notaio Francesco Cosma di Copertino sapremo che il 24
Maggio 1860 Arcangelo De Castris di Francenco, proprietario di Salice, essendo
divenuto proprietario della masseria Casa Porcara, diceva che quest'ultima era
sottoposta alla prestazione della decima in natura a vantaggio della
Reale Casa dei Belmonte.